RELAZIONI CON GLI ALTRI: L’ASSERTIVITÀ

Il comportamento assertivo rientra nelle abilità sociali e, fin dalla sua prima definizione a carico di Salter esso è stato considerato, in quanto abilità, un aspetto umano appreso attraverso esperienze sociali e relazionali positive fin dalla nascita, ma comunque sviluppabile anche in età adulta.

La pratica clinica dell’addestramento affermativo in situazioni terapeutiche strutturate mira allo sviluppo sistematico di tale abilità, in tutti quegli individui socialmente inadeguati o non sufficientemente adeguati.

Definiamo dunque l’assertività come la capacità di un individuo di elaborare risposte che siano in grado d’inibire lo sviluppo di stati d’ansia e, poiché il nucleo centrale si trova nelle sollecitazioni appartenenti alla sfera di vita di relazione, tali risposte dovranno essere socialmente adeguate e quindi in grado di favorire o permettere l’inserimento positivo e gratificante del singolo, nella collettività. In termini di competenza sociale, la comunicazione interpersonale si riferisce a qualsiasi comportamento che esprime sensazioni diverse da quelle prodotte dall’ansia e, il possesso di tale abilità, dovrà essere tale da soddisfare la necessità del singolo di manifestare e soddisfare i propri bisogni emotivi, sociali e biologici, nonché di proiettare esternamente, in forma limpida, il proprio mondo interiore.

Riassumendo:

Il comportamento assertivo si definisce come quell’abilità sociale a riconoscere ed affermare le proprie doti personali, mantenendo una relazione positiva con gli altri.

L’assertività è la caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale.

Il fine dell’assertitvità e dei comportamenti affermativi è dunque quello di:

Inibire gli stati d’ansia del soggetto

Favorire la scelta del comportamento adeguato alla situazione;

Permettere l’inserimento positivo e gratificante nella collettività.

Disturbi d'ansia

Il comportamento assertivo, messo in atto dall’individuo che ha raggiunto un sufficiente grado d’affermazione personale, si precisa in relazione a due comportamenti estremi che, in opposizione, vengono definiti anassertivi, di tipo passivo e di tipo aggressivo. Una medesima reazione assumerà dunque caratteristiche di assertività o anassertività, spostandosi lungo un continuum i cui confini sono definiti di volta in volta dalla situazione specifica, ma soprattutto dal vissuto soggettivo del paziente, dal suo tempo di reazione a reagire e da quello di persistenza nel comportamento perpetuato. In alcuni casi una risposta di rabbia potrà dunque essere aggressiva e si manifesterà in termini di attacchi sistematici, anche con fini difensivi, ma comunque lesivi rispetto all’altro; in altri si tratterà delle difesa di un diritto e quindi potenzialmente lecita nella relazione.

Il perno dell’opposizione primaria che caratterizza il rapporto anassertivo/assertivo, consiste nel senso di valore personale; la considerazione ed il rispetto di se stessi è:

Molto basso per entrambi i tipi anassertivi: il passivo reprime i propri desideri arrendendosi a quelli altrui, l’aggressivo impone i propri desideri minimizzando e disconoscendo il valore altrui

Adeguato nell’assertivo che rispetta se stesso e gli altri nel perseguire i propri scopi.

Questo valore si basa sul riconoscimento di alcuni diritti fondamentali della persona, come necessari alla propria sopravvivenza sociale e la cui considerazione no pregiudica i rapporti interpersonali. Abbiamo finora soltanto accennato ai diritti personali. Adesso andiamo ad elencarli e proviamo a comprendere quanto possa essere difficile per le persone anassertive, far propri questi principi basilari del rispetto di se stessi:

Hai il diritto di giudicare il tuo comportamento, pensieri, emozioni e di assumere la responsabilità per l’iniziativa e le conseguenze su te stesso

Hai il diritto di non offrire ragioni e scuse per giustificare il tuo comportamento

Hai il diritto di giudicare se sei in dovere di trovare le soluzioni ai problemi degli altri

Hai il diritto di cambiare le tue opinioni

Hai il diritto di commettere errori e di essere responsabile di essi

Hai il diritto di dire: NON LO SO

Hai il diritto di essere libero dal giudizio degli altri prima di entrare in relazione con loro

Hai il diritto di essere irrazionale nel prendere decisioni

Hai il diritto di dire: NON CAPISCO

Hai il diritto di dire: NON ME NE OCCUPO

Hai il diritto di dire: NO, senza sentire ansia o colpa.

Ognuno di questi diritti si presenta alla coscienza sotto forma di pensiero automatico: impositivo nell’aggressivo (ho il diritto di dire di NO e di non dare nessuna spiegazione!Nessuno può chiedermi spiegazioni a riguardo!); svalutativo nel passivo (ho il diritto di dire no ma se lo faccio non sono una brava persona e non sono per niente accomodante o gentile). Alla base dei pensieri automatici vi sono poi delle credenze, le quali possono esprimersi nella forma condizionale: se…allora. L’aggressivo avrà la credenza: se ho il diritto di dire di no, allora sono io che comando gli altri; al contrario il passivo crederà: se dico di no, allora sono una persona poco amabile.

Guardiamo ora nello specifico quali sono le convinzioni delle diverse personalità, passiva ed aggressiva, per approfondire quali sono le conseguenze della persistenza del loro comportamento. Infatti, oltre ad essere un comportamento appreso e spesso ben radicato, sarà facile vedere quanto, dopo molti anni, sia difficile apprendere e soprattutto presentare agli altri, una nuova abilità appresa, l’assertività, in virtù di un nucleo ancora più profondo ed in grado di alimentare credenze e pensieri automatici negativi: lo schema.

La persona passiva,

Dà risposte inadeguate che generano frustrazione, insicurezza, senso di colpa, ansia, isolamento e inibizione;

Dà adito a manipolazioni e non consente l’attuazione degli scopi che hanno originato la risposta, favorisce atti d’offesa e prevaricazione dell’altro;

Confonde una presa di posizione per aggressività;

Non riconosce e non accetta i propri diritti;

Ha paura che un atto affermativo comporti conseguenze negative;

Confonde la sua passività come qualità;

Manca di abilità comunicative;

Agisce sulla base del principio di compiacere gli altri ed evitare conflitto ad ogni costo.

E le conseguenze sono che:

Elude inizialmente uno stato d’ansia ed acquista approvazione e lode come persona generosa, disponibile, altruista, servizievole e tranquilla.

Perde stima di sé, nutre risentimenti, prova irritazione, sensi di rabbia crescenti e repressi ma spesso somatizzati.

Sarà dunque chiaro, che la resistenza al cambiamento sarà maggiore soprattutto da parte degli altri. Si tratta infatti di una persona che non dice mai no e che, nelle rare occasioni in cui lo fa, è facilmente manipolabile al senso di colpa, avendo questo sentimento radicato in lui a causa di un misconoscimento dei propri diritti. Dall’altra parte, percepirà inizialmente di essere “cattivo”, non rendendosi conto, che questa stessa cattiveria l’ha rivolta tutta la vita contro se stesso, andando a generare il grande senso di frustrazione che ha sempre covato. Non a caso, spesso le persone passive, passano da questo estremo a quello del passivo-aggressivo; tale aggressività può esplodere all’esterno, ripercuotendosi poi sulla persona in termini di sensi di colpa, o all’interno, con diversi disturbi da somatizzazione o da discontrollo degli impulsi, quali la tricotillomania, il disturbo ossessivo compulsivo, la dipsomania, alcuni tipi di parafilie, l’autolesionismo, o ancora i disturbi alimentari e soprattutto la bulimia nervosa.

La persona aggressiva,

Emette risposte imprevedibili, esplosive, sproporzionate allo stimolo, inadeguate  e causa di sensi di colpa, espressione d’ostilità o rancore dell’altro;

Invade lo spazio altrui, umilia e disprezza sistematicamente;

Genera posizioni di difesa, violando per trarre vantaggi.

In quanto,

Confonde gentilezza ed educazione altrui come prova di passività;

Non riconosce i diritti altrui;

Ha paura che un atto non aggressivo non permetta di raggiungere lo scopo;

Manca di abilità comunicative;

Agisce sulla base del principio di soddisfare ogni suo desiderio, senza curarsi di nient’altro.

Le conseguenze di tale comportamento sono che:

Può raggiungere inizialmente i propri obiettivi;

Non realizza la propria e l’altrui dignità;

Produce nel tempo isolamento e solitudine.

Un training di addestramento affermativo, in questo caso trova resistenze soprattutto interne, in quanto queste persone sono convinte che l’unico modo per raggiungere i propri obiettivi, preveda il pestare i piedi agli altri, talvolta, dando anche più valore a quei successi che hanno previsto “un’aggressione” dell’altro.

Inoltre, il senso di isolamento viene considerato una conseguenza necessaria, mentre, la collaboratività  o il senso d’amicizia passano in secondo piano, montando una grossa difesa sociale difficile da abbattere.

Il modello più comprensivo in grado di spiegare il meccanismo di formazione e consolidamento del comportamento anassertivo, in qualunque senso esso si manifesti, è quello che si basa principalmente sul pensiero preconcetto e sulla falsa conoscenza della vera natura dell’ansia.

Quest’emozione, infatti, che è solo la naturale risposta a stimoli di minaccia, più o meno reali, preclude la possibilità ad un accomodamento emotivo e genera nella persona una risposta di evitamento alla stessa. L’ansia produce un decremento della prestazione, determinando nel caso della persona passiva, un insuccesso, mentre, la persona aggressiva, tenderà invece a sfogare nel conflitto. Entrambe queste reazioni hanno la finalità di ridurre lo stato d’ansia provato e le modalità utilizzate da entrambi i tipi di personalità, sono guidate da MITI, in realtà, falsi miti ed idee irrazionali, che innescano un circolo vizioso che porta al massimo senso di mortificazione il passivo ed ad un totale isolamento l’aggressivo. I miti e le idee irrazionali sono parte integrante degli schemi, nutrono le credenze ed alimentano i pensieri negativi.

Le idee irrazionali disturbanti sono state elaborate da Brondino e Calva, adesso illustreremo quali, secondo Ellis, Lange e Jakubowski sono quelle responsabili di atteggiamenti e comportamenti anassertivi:

È necessario essere amato e approvato da quasi tutti in quasi tutto ciò che faccio. (se non sono amato non valgo niente; non ce la farò mai, allora non ho nessuno su cui contare, anche questa volta ho sbagliato amico…)

Bisogna essere totalmente esperti, adatti ed efficienti sotto ogni possibile aspetto.

Certe persone sono cattive, malvagie, vili o inferiori e devono essere severamente castigate o accusate per i loro difetti, peccati o cattive azioni.

È terribile, orrendo e catastrofico che le cose non marcino nel modo in cui si vorrebbe che marciassero.

La disgrazia umana ha cause esterne e l’individuo non è in grado di controllare le sue angosce o di liberarsi dei sentimenti negativi.

Se qualcosa è o può essere pericoloso o temibile, l’individuo deve preoccuparsene moltissimo e deve sentirsi sconvolto.

È più facile sfuggire a molte difficoltà e responsabilità della vita che mettere in pratica forme di autodisciplina più soddisfacenti.

Il passato è di assoluta importanza; se una volta qualcosa ha danneggiato la vita di qualcuno, continuerà a farlo indefinitamente.

La gente e le cose dovrebbero essere diversi da come sono ed è catastrofico non trovare immediatamente soluzioni perfette per le sgradevoli realtà della vita.

Il massimo della felicità umana si può ottenere attraverso l’inerzia e l’inazione o “auto-compiacendosi di se stessi” passivamente e senza impegnarsi.

Ci si deve infastidire moltissimo per i problemi e i turbamenti degli altri.

Si deve avere qualcuno più forte di noi in cui confidare e da cui dipendere.

Queste idee, totalmente irrazionali, sono invece considerate legittime e necessarie dalle persone anassertive. Naturalmente, avere una idea irrazionale o due, non comporta l’essere un anassertivo, mentre, i miti o le errate opinioni della persona, tendono invece ad essere più radicate in quanto spesso sono apprese durante l’educazione familiare e divengono pertanto principi morali della persona.

I miti più importanti, ricavati dall’elaborazione di Ellis, sono i seguenti:

Mito della modestia

Gli individui che aderiscono a questo mito, ritengono che la modestia sia una virtù necessaria e quindi, sono incapaci di vivere ed accettare con equilibrio il riconoscimento dei propri meriti e dei propri pregi.

Tale convinzione si traduce in disagio di fronte ad apprezzamenti o complimenti, sebbene realistici e fondati. Questo atteggiamento, induce l’incapacità a rispondere verbalmente ai complimenti o di parlare positivamente di sé e lascia il posto, al contrario, al formarsi di un’idea negativa di se stessi che, così come nega ogni lode, è disposta a giustificare qualsiasi critica o deprezzamento nei propri confronti. L’attenzione e l’emotività dell’individuo, si concentrano di conseguenza sugli aspetti peggiori o deboli della propria personalità e, esaltando i fallimenti, innescano un meccanismo d’ansia e depressione.

Ha valore terapeutico il diritto di valorizzare e riconoscere le proprie qualità, l’importanza, quando ci si presenta, di parlare nella giusta misura di sé e dei propri aspetti positivi e la necessità di accettare senza minimizzarli, i complimenti degli altri e di valorizzare noi stessi ed i pregi altrui.

Mito dell’ansia

Queste persone sono terrorizzate all’idea di poter rivelare agli altri la propria ansia, poiché essa è vissuta come prova ed indice di debolezza. Tale comportamento è una conseguenza dell’adesione ad un ideale d’uomo “tutto d’un pezzo” che può contare in ogni circostanza sulla perfetta padronanza di se stesso.

D’altro canto, lo sforzo per sfuggire l’ansia rende l’individuo più sensibile ad ogni aumento del suo livello d’ansia, contribuendo ad innalzarlo ulteriormente.

Mito dell’obbligo

Questo mito è connesso direttamente a quello del vero amico che vedremo di seguito, in quanto l’adesione ad esso comporta, da un lato l’incapacità a rifiutare un piacere ad un amico o più in generale da dissentire dalle opinioni espresse da persone a cui si desidera piacere, dall’altro, la convinzione che ogni richiesta che facciamo agli altri, sia un’imposizione e come tale vada evitata per non cagionare fastidio o rancori di vario tipo. Nel primo caso il soggetto agirebbe per obbligo, nell’altro non agirebbe affatto, per paura di “obbligare” gli altri. Come risultato, la frustrazione provata in qualunque situazione viene proiettata all’esterno, nel senso che la responsabilità della comunicazione è sempre di coloro che sono a noi vicini, fino a raggiungere la conclusione che nessuno ci capisce davvero. Insorge quindi la speranza di incontrare la persona eletta, quella in grado di comprendere, capire senza chiedere, anticipare e soddisfare ogni nostra implicita e sottintesa richiesta, andando inoltre a prevenire ed evitare ogni lavoro incarico a noi sgradito. Tale aspettativa viene naturalmente disattesa generando sfiducia e diffidenza verso il prossimo, fino all’isolamento.

Mito del vero amico

L’amicizia è considerata un bene fondamentale, soprattutto nella nostra cultura e questo mito consiste appunto nel convincimento che la corrispondenza di intenti ed affetti tra due persone amiche deve essere tale da anticipare e comprendere bisogni, pensieri e aspettative l’uno dell’altro, senza che ci si debba esprimere in proposito. In realtà, solo comunicando ed esprimendo apertamente i nostri sentimenti possiamo essere certi di venir compresi e di riuscire a trovare un accordo costruttivo.

Il mito del migliore amico, genera spesso la sensazione che le persone si approfittano di noi, che non siano interessati e che non comprendano a pieno le nostre esigenze…e purtroppo è così!!!

Come abbiamo affermato finora, l’assertività è un’abilità sociale e pertanto passibile di apprendimento. Questo addestramento si basa su sottoinsiemi di abilità che adesso andremo a descrivere. Analizziamo per prime le abilità non verbali, poiché sono la prima risposta ad una situazione imbarazzante e se incongruenti con quelle verbali sono le più spontanee e quindi le più sincere:

Sincronizzazione

si riferisce alla congruenza di tutte le abilità non verbali e di quelle verbali.

Aspetto fisico

Pur non essendo una tecnica assertiva vera e propria, l’aspetto fisico esterno assume un ruolo significativo nel contesto del trainino assertivo; infatti, molte persone ignorano che la maggior parte degli aspetti del loro fisico, mal valorizzati o trascurati, possono provocare distacco ed emarginazione da parte degli altri. Non parliamo solo del modo di vestire, ma più in generale dell’atteggiamento della persona.

Osservazione

Si riferisce al concetto di passare dal ruolo di osservato, sempre sotto gli occhi di tutti e quindi impegnato a sostenere la “propria parte”, a quello di osservatore. Il soggetto anassertivo non riesce a focalizzarsi sul vero oggetto dell’interesse in questione, in quanto le sue facoltà intellettive sono tutte concentrate sul peso di come si sta muovendo all’interno della situazione. Egli non pare preoccupato dal problema, ma di sé che, nell’affrontare questo problema, è costantemente alla ricerca di una conferma e di  risultati positivi per accrescere la propria stima di sé. Per quanto riguarda la persona aggressiva, non vede gli altri così come ignora il problema, egli mette a fuoco solo l’obiettivo finale. Passare dalla parte dell’osservatore, permette di distogliere l’attenzione da sé e dall’obiettivo, di considerare anche gli altri come persone in grado di sbagliare o con diritti e sentimenti da rispettare.

Contatto oculare

Guardare il proprio interlocutore è segno d’interesse ed attenzione ed è un potente mezzo per dichiarare la propria sincerità e disponibilità. La condotta ottimale prevede che l’area d’osservazione comprenda il volto intero dell’interlocutore, che lo sguardo non sia fisso e che in nessun modo appaia provocatorio. È concessa una maggior mobilità oculare spaziale al parlante, mentre è richiesta una più insistente presa di contatto diretta nell’ascoltatore, insieme alla sensibilità di distogliere lo sguardo, se si riconosce che viene avvertito dall’altro come disturbante ed invadente attraverso segnali di natura neurovegetativa. Nondimeno, gli organi della vista sono deputati all’espressione delle emozioni e, per cogliere le diverse condizioni emotive dell’altro è necessario rivolgere la propria attenzione alle variazioni dell’intera mimica facciale. È importante quindi imparare a riconoscere le emozioni altrui e spesso il modo migliore consiste nell’imparare a riconoscere le proprie.

Mimica facciale

La mimica facciale è quindi complemento del contatto oculare e con essa si fa riferimento ad ogni variazione di sopracciglia, occhi, bocca e guance. Sebbene buona parte della responsabilità espressiva si debba alla bocca, essa non va disgiunta dal valore delle contrazioni muscolari, cui si deve la formazione di rughe d’espressione. È necessario eliminare dai propri atti comunicativi qualsiasi contrasto tra espressione facciale e contenuto verbale, da qui la sincronizzazione: la contraddizione tradisce falsità con se stessi e con gli altri, crea rapporti ambigui e conflitti, talvolta davvero difficili da risolvere.

Tono della voce

È importantissima per definire il significato all’espressione verbale; attraverso la sua variazione si sposta l’intero contenuto semantico e consente l’ampliamento del repertorio espressivo. Il tono della voce prevede una ricchezza pressoché illimitata di variazioni, modulazioni e cadenze, legate, oltre che alle caratteristiche specifiche dell’inflessione linguistica locale, ai contenuti contestuali della comunicazione. Spesso l’anassertivo è preoccupato solo di ciò che deve dire e non di come esprime tale contenuto ed è convinto che solo dissertazioni d’alto livello culturale ed intellettuale abbiano il potere di mantenere desto l’interesse ed attivi la partecipazione e lo scambio sociale; in realtà, il passivo parlerà poi con un tono basso ed una voce incerta e tremante, che tradiranno il proprio stato d’animo indipendentemente da ogni contenuto scelto, mentre, l’anassertivo aggressivo, imporrà il proprio contenuto espresso, alzando il tono della voce e parlando in modo concitato e rapido.

Anche nel caso di non radicalizzazione del comportamento, occorre sfruttare il tono della voce come efficace strumento comunicativo, variandolo per sottolineare, enfatizzare o minimizzare quello che stiamo dicendo, evitando in questo modo che l’ascoltatore si annoi.

Gestualità

Serve a rinforzare il contenuto verbale e si riferisce ai movimenti di mani e braccia che accompagnano la comunicazione. Tale abilità ha una duplice funzione, in quanto, da una parte può considerarsi un vero e proprio codice, che prevede una serie di segni dotati di significato autonomo e convenzionale, dall’altra è un mezzo di sostegno dell’esposizione.

Entrambe le funzioni sono da considerarsi fenomeni di carattere culturale e, il possesso del codice gestuale consente l’arricchimento del proprio vocabolario e di inibire in modo efficace l’ansia.

Spazio sociale

È rappresentato in prima istanza dalla posizione che l’individuo occupa nello spazio; nel caso di un passivo ci aspetteremo che faccia “da tappezzeria” all’ambiente in cui si trova, minimizzando e confondendo la propria presenza; l’aggressivo sfrutta invece tutto lo spazio che ha a disposizione, spesso invadendo quello altrui: si avvicina alle persone, gesticola visibilmente ed ha un atteggiamento globale in conversazione intimidatorio e provocatorio.

Più in specifico lo spazio sociale si distingue in:

Posizione

Visibilità sociale

Spazio corporeo

E quest’ultimo a sua volta si analizza in termini di orientamento del corpo nello spazio e di distanza sociale, fino a raggiungere il contatto dell’altro, con la stretta di mano o in termini di maggior intimità con tutto il corpo.

Ognuno di questi elementi è indice di assertività in quanto, il non riuscire a modulare ognuna di tale abilità, comporta nella persona un senso diffuso d’ansia che ha, come conseguenza, l’evitamento della situazione temuta, con l’aggressione o l’accondiscendenza.

Descriviamo adesso le abilità verbali, che sono riassumibili come:

Auto apertura

È la capacità di aprire una conversazione con l’altro e, prima di tutto, occorre valutare il nostro bisogno o interesse nel farlo, osservare gli elementi offerti dall’ambiente, riordinare le idee, scegliere un argomento, un interlocutore e fare infine il nostro intervento. La scelta dell’argomento può agganciarsi a cose materiali, elementi immateriali o astratti e a persone sotto gli aspetti sia materiali che immateriali.

Inserimento in conversazione

Per quanto riguarda l’inserimento, questo implica che la discussione sia iniziata prima del nostro arrivo e le possibilità di successo del nostro ingresso sono un po’ più ridotte. Per minimizzare gli insuccessi occorre quindi osservare gli attuali conversanti, in tutte le loro caratteristiche non verbali ed inserirsi nella conversazione modellando tono, postura, atteggiamento globale e naturalmente l’argomento oggetto di conversazione.

Libere informazioni

La base di apertura, indipendentemente dal contenuto espresso, è il nostro biglietto da visita e dà notizie su di noi, sul nostro atteggiamento, sulle nostre emozioni o intenzioni. Solitamente la libera informazione serve di aggancio alla conversazione: buoni i tramezzini del bar qui dietro, che ne pensate? (La domanda aperta facilita la conversazione!!). Questa semplice informazione personale, apre, ma a volte chiude anche subito dopo, la conversazione appena iniziata.

Le libere informazioni possono essere di natura personale e la strategia consiste nel porre una domanda e nell’offrire nel contempo una o più informazioni di carattere generale cui l’interlocutore, qualora voglia proseguire la conversazione, può agganciarsi. Se il dialogo è uno scambio costruttivo di informazioni, alla richiesta di notizie è lecito fornirne altrettante su di noi. Tornando all’esempio di prima, se la conversazione sui tramezzini rimane aperta, si prosegue con le informazioni personali: io preferisco quelli al tonno, anche se a volta ho paura che non sia conservato come si deve e possa farmi male, che ne dite?

Domande chiuse, aperte e risposte riflesse

Le domande chiuse sono domande che suggeriscono risposte secche e costringono l’interlocutore a tacere, a porre un’altra domanda o a rispondere con minimo grado di partecipazione ed informazione, per esempio: aspetti da molto? Se la loro utilizzazione è proficua in momenti di pausa o come trampolini di lancio agli esordi dello scambio comunicativo, il loro uso continuato in conversazione, costringe alla ricerca di nuovi argomenti ed instaura un’atmosfera inquisitiva determinando un rapporto di squilibrio nella trasmissione e nello scambio di informazioni, che porta inevitabilmente alla chiusura del rapporto.

Riallacciandoci all’esempio precedente, chiedere: siete stati al bar qui dietro? Risulta un mezzo più difficile per mantenere aperta la conversazione!

Le domande aperte sono maggiormente coinvolgenti, in quanto forniscono risposte continue e comunque più lunghe ed hanno il vantaggio di stimolare attivamente il destinatario a fornire più informazioni dalle quali in seguito, potranno essere tratti gli spunti per andare avanti: cosa ne pensate del bar qui dietro?

Le risposte riflesse sono quelle che vengono formulate a partire dai segmenti finali dell’intervento altrui e sono molto efficaci nel mantenere aperta una conversazione; dal precedente: “che ne pensate del bar qui dietro?” una possibile risposta potrebbe essere: “non ci siamo mai andati!” che è tesa a chiudere la conversazione; una risposta riflessa potrebbe formularsi nel seguente modo: come mai non ci siete andati? Ne conoscete uno migliore da queste parti?

Cambio argomento e Porre fine alla conversazione

Questi due abilità di conversazione sono correlate tra loro in quanto entrambe dovranno essere espresse con chiarezza e decisione; in particolare la seconda, non prevede il ricorso a false giustificazioni, ma una franca dichiarazione della propria intenzione a porre fine alla comunicazione, preceduta da una affermazione rassicurante e gratificante circa l’incontro avuto. Continuando con l’esempio precedente: crediamo che sia veramente un buon bar quello che ci stai consigliando, ma abbiamo l’abitudine di sederci sempre in un altro, fra di noi. Tu permetti vero?

Alle parole ferme e decise, soprattutto in caso di persistenza, come vedremo fra poco, fanno sempre seguito le azioni di rinforzo di tipo paraverbale, per esempio andandocene, cambiando argomento o comunque dirigendo altrove la nostra attenzione.

Gestione del silenzio

Parlare deve rappresentare una necessità ed un piacere, ma non un obbligo. Ascoltare e tacere non sono necessariamente abilità di tipo passivo, ma parte integrante di un buon dialogo con la loro valenza anche semantica. La conversazione risulta infatti più ponderata ed espressiva, escludendo interventi riempitivi, spesso solo banali.

Infine appare utile fornire una breve spiegazione circa le abilità di difesa e persistenza, in quanto, la persona assertiva, non sempre ha a che fare con persone che hanno appreso questa stessa abilità e inoltre, in alcune occasioni particolari tutti diventiamo in qualche modo un po’ più anassertivi. In caso di critica o manipolazione, è spesso inevitabile provare sentimenti particolari quali il senso di colpa, di ignoranza, o ansia generalizzata, ma, in virtù della difesa dei propri diritti, mantenendo una relazione sociale positiva, possono tornar utili alcune tecniche specifiche. È importante che, prima di scegliere una tecnica, sia chiaro che il sentimento che stiamo provando è solo nostro, nel senso che nessuno “ce l’ha fatto provare”. Queste infatti non sono tecniche utili a farci smettere di provare ansia, senso di colpa o di ignoranza, ma a difenderci da un tentativo di manipolazione, anche inconsapevole dell’altro.

Asserzione negativa à con una critica MOTIVATA à ammissione di colpa, dichiarazione di non intenzionalità, disponibilità a rimediare. Un possibile esempio si trova nella situazione in cui, voi avete provocato un danno, come aver rovesciato inavvertitamente una bevanda addosso a qualcuno; questa persona potrebbe dirvi: fai attenzione!! Non vedi che così mi rovini il vestito? Ma dove hai la testa?

Una possibile risposta assertiva è la seguente: è vero è colpa mia. Sono davvero dispiaciuto.

La persistenza della parte lesa può essere davvero incalzante, ma voi avete fatto il danno, l’unica cosa che potete offrire sono le vostre scuse per non aver causato volontariamente il danno e offrirsi di riparare allo stesso, chiedendo apertamente all’altro come potete rimediare; sperimentando questa esperienza, vedrete che alla lunga, proverete di aver sbagliato certo, ma anche di aver fatto di tutto per rimediare e quindi senza provare senso di colpa o di inferiorità, mentre l’altro, rimarrà arrabbiato forse per l’accaduto che gli ha provocato un fastidio, ma non per il vostro comportamento.

Inchiesta negativa à con una critica IMMOTIVATA à ammissione condizionale dell’errore, indagine con domande riflesse. Un esempio di critica immotivata potrebbe essere qualcuno che per cattiveria gratuita, decide di farvi notare che il colore del vostro maglione vi sta molto male.

Una risposta assertiva potrebbe essere: sì forse questo colore non mi sta bene, secondo te quale mi donerebbe di più?

A questo punto, l’altro potrebbe continuare la sua “crociata contro di voi” dicendo: guarda penso proprio che non ci sia grosso rimedio, data la faccia che ti ritrovi!

Assertività significa rispettare se stessi!! Quindi è giusto proseguire sulla stessa linea utilizzando risposte riflesse: se non mi sta bene nulla, cosa faresti tu al posto mio? Andresti in giro senza vestiti?

Brocken record à con ESTRANEI à accettazione, gratificazione, negazione.

Un esempio di disco rotto si può sperimentare al telefono, quando ci chiamano per qualche promozione. L’assertivo accoglie l’altra persona chiedendo di cosa si tratti, poi, anche interrompendo gentilmente l’interlocutore, se parla troppo per evitare appunto questo momento, dire: che questa offerta sembra molto vantaggiosa e aggiungere infine la negazione con persistenza: “ma non sono interessato” da ripetere continuamente senza cambiare tono o espressione della voce e, nel caso di rapporto personale, anche lasciando invariata la mimica facciale.

Fogging à con CONOSCENTI à segnalazione, risposte assurde.

Questa tecnica trova larga applicazione di fronte ad indiscrezioni di conoscenti più o meno intimi, la cui confidenza e familiarità non ci risulti gradita, fungendo da disorientamento per l’interlocutore.

Essa prevede una prima fase di segnalazione diretta del fatto che non gradiamo parlare di quel certo argomento e continua iniziando a fornire risposte incongruenti, il cui effetto sia tale da disattendere le aspettative altrui, in quanto del tutto prive di connessione logica con la domanda ed altrettanto carenti di coerenza interna. Questo metodo diventa poi più efficace, quando si impara a modulare l’enfasi delle diverse frasi formulate ed in particolare, il tono della voce, dovrebbe assumere un’inflessione spiritosa e bonaria. Mancando i presupposti per un dialogo, anche l’interlocutore più persistente non può far altro che cedere.

Un esempio è il seguente:

A: non ti si vede da un po’…come mai?

B: sono stato occupato.

A: ho saputo che hai avuto problemi sul lavoro…raccontami tutto.

B: non mi va di parlarne adesso, son cose delicate tu capisci…ma dimmi di te, come stai?

A: bene…ma dai racconta, che vuol dire cose delicate? Hai avuto problemi col direttore?

B: no.

A: ah allora con quel tuo collega…guarda l’ho visto proprio ieri al bar che si vantava con tutti per qualcosa…

B: hai visto il film di ieri sera?

A: no sono stato al bar fino a tardi e comunque è rimasto a lungo anche il tuo collega, per essere uno che si vanta tanto non è che ieri si comportasse da persona tanto dignitosa…scommetto che è lui che ti dà problemi eh?!

B: in questo viale dovrebbero piantare qualche altro albero.

A: ma di che stai parlando?

B: menomale che il rosso è tornato di moda, mi piace tantissimo questo colore, ma a Sandro per niente chissà perché…

E così via…

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Bibliografia

Anchisi, R., Gambotto Dessy, M. (1995). Non solo comunicare. Teoria e pratica del comportamento assertivo. Edizioni liberia cortina. Torino.

Galeazzi, A., Meazzini, P. (2004). Mente e Comportamento. Giunti Editore, Firenze.

Goldwurm, G.F., Sacchi, D., Scarlato, A. (1986). Le tecniche di rilassamento nella terapia comportamentale. Franco Angeli.

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